La marionetta è il fantoccio teatrale più elegante
e più vario, il genere subisce maggiori trasformazioni a seconda del Paese,
anzi, del continente in cui la consideriamo. L'Oriente ha amato da tempo
immemorabile le
marionette eleganti, fastosamente abbigliate, dalla faccia
ben dipinta e ne ha fabbricate in avorio, porcellana, in legno pregiato
e nei materiali più svariati. Gli scavi ci hanno rivelato che non solo le
bambole-giocattolo, ma le bambole-marionette, col caratteristico foro
sulla sommità della testa fatto per passarvi il filo, erano note all'Urbe.
Ce ne parla il poeta di Venosa, Quinto Flacco Orazio, che nel libro II delle
sue Satire foggia una definizione famosa e concisa della marionetta: "mobile
lignum". Non possiamo poi dimenticare la marionetta descritta da Petronio nel "Banchetto
di Trimalcione": la larva argentea dalle vertebre mobili grazie a una funicella
che il favorito di Nerone fa portare al banchetto da uno schiavo.
A Roma
le marionette erano note e avevano diversi
nomi: pupae, homuncoli, sigillae, imagunculae animatae, ligneolae figurae,
oscilla. L'età classica le ha accostate a figure leggendarie come quella di
Dedalo, l'antica Grecia le ha ospitate e ha visto filosofi come Socrate e Aristotele
occuparsi di loro; esse hanno attirato l'attenzione di scrittori come Cicerone
e Orazio e più tardi, l'imperatore Marco Aurelio ha dedicato loro qualche
riflessione. Sono entrate nei templi e nei palazzi, hanno avuto teatri
fissi e sono state sulle pubbliche piazze, luoghi che prediligeranno sempre. Che cosa succede alle marionette nei primi tempi del cristianesimo? I
Padri della Chiesa, severissimi contro le incontinenze e le licenziosità
degli attori in carne e ossa, ci parlano senza biasimo di questo
"gioco", certo più sereno e meno ricco d'incognite dei soliti spettacoli teatrali.
Tuttavia esse subiscono un brutto colpo nel VIII secolo d.C. quando Leone
III scatena il movimento iconoclastico.
L'affinità che lega i nostri piccoli
attori inanimati alla statuaria fa sì che essi
passino un brutto momento. Sappiamo che le marionette sopravvivono, tra
il popolo e nelle case, come trastullo spontaneo, alla portata di ognuno, specie dove vi siano fanciulli e probabilmente, nelle strade e nelle piazze. Non è difficile
arguire che divertano i soldati dell'eterogeneo esercito imperiale e persino
i loro competitori negli ozi degli accampamenti, nelle soste guerriere, perché
le recite di qualsivoglia genere hanno sempre avuto fortuna presso i soldati.
Così è sempre avvenuto in ogni tempo, dal Tersite di Omero in poi, e sempre
avverrà. Si pensi al gran numero di marionettisti nati dalla guerra, dopo
le campagne napoleoniche, gente che, nelle improvvisate recite per i compagni,
aveva trovato la propria vocazione. Quanto alle "marionettes sacrèes" sulle quali si sofferma
a lungo Charles Magnin, la Chiesa le tollera per la rappresentazione di Misteri
e di supplizi particolarmente efferati o cruenti desunti dalle vite dei Santi;
accetta la loro presenza in occasione di particolari festività o processioni,
non rifugge dalla raffigurazione di mostri o demoni spettacolari... ma seguita
a non aver eccessiva simpatia per loro e a vigilare che non avvengano abusi
che potrebbero risolversi verso le cose sacre.
La marionetta vera e propria, trastullo dei fanciulli e del popolo, risorsa dei poveri girovaghi che giravano piazze, fiere e taverne, nasce in Italia e deve il suo nome a una tradizionale usanza veneziana.
Nell'anno 944 alcune giovani spo
se di Venezia, rapite da
pirati barbareschi, vennero felicemente e prontamente salvate. Fatto che destò
tanto giubilo nella città lagunare da dar origine a una festa annuale nella quale
si portavano in trionfante processione, dapprima alcune fanciulle vive, che
il doge dotava, e in un secondo tempo, statue muliebri di legno, assai più
economiche e meno esigenti. L'usanza era molto gradita alla folla che accla-mava
queste "Marie di legno". I mercanti girovaghi, che accorrevano da ogni parte
per questa bizzarra festa annuale, volendo accontentare i forestieri desiderosi
di avere un ricordo di quella giornata, presero a vendere figurine che riproducevano
in piccolo le "Marie di legno". E queste furono le marionette.
Verso il secolo XIII l'influsso dei romanzi cavallereschi
francesi porta alla creazione del ciclo epico che ha per eroe il leggendario
re Artù coi suoi cavalieri della Tavola Rotonda, personaggi carissimi alle
marionette che, per secoli, possiamo dirlo senza esagerazione, ne rievocheranno
le imprese nei loro "castelli". Un altro personaggio popolare tra le teste
di
legno sarà Robin Hood, che anticipa il personaggio del "buon brigante"
tanto sfruttato dai marionettisti, sotto ogni cielo e in ogni tempo. Ne ritroveremo
traccia in certe interpretazioni della figura del bandito "Biondin"
e del "Passator cortese" nei teatri dei burattinai bolognesi. In Germania
i racconti cavallereschi hanno anch'essi fortuna, ce lo ricordano le marionette
armate dell'Hortus Deliciarum della Badessa Herrada di Landsberg. Ma quello
che potremmo chiamare "best-seller" ante litteram della letteratura marionettistica
è la storia di "Genoveffa del Brabante", ispirata da un'antica fiaba. acendo un passo indietro ricordiamo che la Germania
ha il vanto di aver anticipato un altro personaggio famoso fra gli eroi di
legno, nientemeno che Faust, per merito della monaca Hroswita. Ella tratta per la prima volta l'argomento dell'uomo
che viene a patti col diavolo. Tema che sarà ripreso verso la metà del XII
secolo dal predicatore Hartman e da altri modesti commentatori, prima di
incontrare l'inglese Marlowe e nel XIX secolo, Goethe (1749-1832), che lo
vede rappresentare dalle marionette che non potevano escludere dal loro microcosmo
un simile personaggio. Se ne impadroniscono come avevano fatto per "Genoveffa"
che restò un classico con altre leggende quali "I quattro figli di Ajmon",
"Bianca come la neve" e "La dama del Rossiglione".
L'Italia, oltre ad essere
la patria dei burattini e delle marionette, ha,
nei loro riguardi un altro vanto: verso la fine del Medioevo,
grazie alla presenza di uomini eccezionalmente geniali, perfeziona queste
figurine e, studiando l'anatomia umana e le leggi fisiche che la governano,
migliora indirettamente l'anatomia delle "teste di legno". Girolamo Cardano (1501-76) di Pavia, matematico, astrologo,
fisico, non disdegna di mostrare tutta la simpatia che prova per le marionette al punto
di accennarvi nel suo trattato "De Subtilitate". Cardano descrive il mirabile
gioco che due siciliani fanno compiere, a suon di musica, a certe statuette
di legno.
La Spagna accetta le migliorie apportate alle marionette
dal cremonese Giannello Torriani mentre si trova al monastero di S. Just con
Carlo V e crea piccole meraviglie automatiche che si apparentano più al fantoccio
meccanico che alle marionette vere e proprie. Torriani non porta dunque le
marionette in Spagna, ma ne perfeziona l'arte; e lo fa in modo così mirabile che Carlo V vede i suoi soldatini
saltare a cavallo, suonare la tromba e combattere. Miguel Cervantes, nel suo "Don Chisciotte", ci da particolari
molto precisi sulle recite marionettistiche. Il suo Maestro Pedro, il marionettista,
è accompagnato da un giovane che inizia la recita facendo il "declarator", ossia spiegando a fondo la trama. Cervantes scrive la
storia dell'hidalgo in epoca posteriore a quella che stiamo esaminando, ma,
per quanto è usanza e repertorio dei marionettisti italiani o no che operano
nella penisola iberica, la tradizione non è cambiata, né cambierà molto per diverso
tempo ancora. Nel 1600 i burattini e le marionette non avevano ancora conquistato
un posto nei veri teatri, ma rallegravano due ceti molto diversi: i poveri
e lo facevano correndo le strade come da tempo ne erano avvezzi, oppure i ricchi che
avevano nelle loro belle case teatrini c
he potevano essere "molto ornati".
Il cardinale Ottoboni aveva una sala per spettacoli, qui il prelato realizzava
opere in musica con marionette. L'Ottonelli ci parla di marionette che avevano
il capo di cartapesta, busto e cosce di legno, braccia di corda e mani e gambe
di piombo. Vestite di abiti a colori vivaci, avevano sulla testa un filo di ferro, manovrato dal
marionettista e mani e piedi mobili, mossi con fili di seta nera. Il Seicento
in Italia, svincolato dal ricordo delle origini sacre del teatro, porta in
scena la vita quotidiana tramite le maschere della Commedia dell'Arte, mentre
si annuncia un'altra tendenza, quella a cui dà l'avvio il cremonese Claudio Monteverdi ( 1567-1643), maestro
di cappella del duca di Mantova: il melodramma. Le marionette si impadroniranno,
e con gusto vivissimo, anche di questo filone.
Il 1700 è un secolo di grandi sconvolgimenti per
il teatro delle marionette. All'inizio del secolo nasce a Venezia Carlo Goldoni (1707-1793) che,
da ragazzo, si appassiona al teatro scrivendo alcune commediole che rappresenta
con marionette e burattini. Goldoni riprende i person
aggi della Commedia
dell'Arte rendendoli più riconoscibili al pubblico. Verso il 1773 le marionette segnano un gran
punto a loro favore: un musicista del calibro di F. J. Haydn (1732-1809) compone
per loro 5 operine e la "Sinfonia Burlesca". Per divertire la corte
viennese scrisse per le marionette anche il compositore C. W. Gluck (1714-1787). Anche Mozart (1756-1792) si dedicò alle marionette e
sembra che
"Il Flauto Magico", opera tra le più famose del compositore austriaco,
fosse stata realizzata per essere rappresentata con le marionette.In Francia, con Lesage, Fuzelier e D'Orneval le marionette
acquistano tre autori che non le costringono ai soliti lazzi, diventati
ormai stantii, né alle imitazioni delle commedie all'italiana, ma creano
veri testi francesi scritti appositamente per esse, dove si sente l'unghia
del leone, sotto una forma apparentemente leggera, e l'arguzia gallica. Quante parodie, attraverso le marionette. Esse mettono
in burletta tutti gli autori in voga, i più paludati, i più sicuri di sé,
e non hanno rispetto nemmeno per Francois-Marie Arouet de Voltaire (1694-1778),
che pure ha tanta simpatia per loro.
Il tempo trascorre e le marionette si insediano sempre più nel teatro e nel tessuto sociale dell'800. In Italia vengono fondati teatri stabili per le marionette, a Torino i Lupi fondano il Teatro Gianduja e a Milano la Compagnia di Carlo Colla lavora al Teatro Fiando, chiamato poi Gerolamo in onore della maschera principale della compagnia, mentre a Genova, in un teatrino nel quartiere delle Murette, agisce Nicola Tanlongo, soprannominato "Feugo", per via del suo carattere facile ad infiammarsi.
A partire dal 1870, il marionettista inglese Holden
sostituisce alle marionette
governate da rigide bacchette le marionette a fili, affermando di ottenere
i suoi stupefacenti risultati con l'aiuto di tutte le risorse della meccanica
e dell'elettricità che fanno compiere prodigi, con la massima naturalezza
apparente, ai suoi artisti e ai suoi animali meccanici. Lamercier de Neuville
osservò che parlavano agli occhi più che allo spirito.
Se le marionette di Holden hanno iniziato la grande epoca delle tournée di marionettisti prestigiosi attraverso tutta l'Europa, vi è presto chi pensa di conquistare addirittura l'America. Le marionette attraversano l'oceano guidate da Madame Jewel e la Compagnia Schitchtl l'imita. Gli Stati Uniti amano il genere vaudeville e le teste di legno accontentano gli spettatori americani.
Ma le marionette non si limitano ai teatri stabili, le compagnie che non possiedono un teatro percorrono in lungo e in largo la nostra penisola. Rappresentano i propri spettacoli nelle piazze, nelle aie, nelle stalle e anche in paesini sperduti sulle montagne, contribuendo così alla diffusione della cultura. Gli spettacoli erano di diverso genere, drammatici come "Il Fornaretto di Venezia", storici come "Giovanna D'Arco" o desunti dalle cronache dell'epoca, come "La Battaglia di Dogali".
Purtroppo per i nostri piccoli attori, verso la metà del 1900 nasce la televisione e il pubblico, trovandosi praticamente il divertimento in casa, smette di affluire agli spettacoli delle marionette. Molte compagnie chiudono, altre continuano nel loro lavoro sostituendo i vecchi copioni con favole dedicate ai bambini. Però trovano un grande alleato in un personaggio che nasce a Cividale del Friuli, Vittorio Podrecca (1883-1959) e con lui le marionette italiane, abituate da secoli ai più fortunosi viaggi per le strade d'Europa, conoscono le tournée in grande e valicano l'Atlantico. Durante i suoi innumerevoli viaggi Podrecca aveva toccato anche la Cecoslovacchia col suo "Teatro dei Piccoli" e diversi artisti del posto concordano nel riconoscere ch'egli ebbe influenza non trascurabile nell'incitare alla ripresa della tradizione marionettistica. Dopo il 1840 vi erano in Italia circa 400 compagnie di marionettisti, tra gli altri: Aimino, Altieri, Barbieri, Bascucci, Bellio, Bottini, Braga, Burzio, Cagnoli, Carbone, Cevasco, Colla, Concordia, Conti, Croce, Degola, Dell'Acqua, Diletto, Fiando, Figini, Gambarutti, Garda, Gorno, Lupi, Mainetto, Marengo, Novelli, Pallavicini, Picchi, Piccinini, Ponti, Prandi, Rame, Reccardini, Sale-Bellone, Salici, Salvi, Santoro, Tanlongo, Zane, etc. etc.
Ai giorni nostri, il teatro delle marionette in Italia gode di scarsa considerazione da parte delle istituzioni, forse perché, a torto, viene considerato una forma di "teatro minore", dedicato prevalentemente ai bambini. Purtroppo, la sostituzione dei vecchi testi con la rappresentazione di fiabe per bambini, operata da chi ha voluto proseguire l'attività, si è rivelata un'arma a doppio taglio, relegando questo tipo di teatro a un pubblico infantile. All'estero, al contrario, il teatro delle marionette è considerato al pari di un qualsiasi spettacolo di prosa.
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